Sergio Pallante, musicista per disperazione giovanile, ha iniziato a tremare ogni volta che doveva parlare o suonare in pubblico. Tuttavia il suo desiderio di intraprendere un livello di comunicazione più profondo rispetto a quello verbale lo ha condotto a trasformare progressivamente quella fragilità in uno strumento di comunicazione.
Dopo oltre quaranta anni di attività compositiva con esecuzioni in Europa e Nord America, opere trasmesse da emittenti radiofoniche nazionali, registrazioni discografiche e numerosi progetti multimediali, ha esteso la propria ricerca alla Digital Art.
Attraverso la sinestesia di musica originale e immagini generate da strutture matematiche realizza opere audiovisive che invitano lo spettatore a esplorare temi universali come percezione, scelta, potere, desiderio, perdono, creatività, lasciando che il significato emerga dall’incontro fra l’opera e il vissuto di chi guarda e ascolta.
Sue opere sono state esposte o videoproiettate a Milano, In alis artis (Museo d’arte e scienza), 2025; Washington, Joint Mathematics Meetings (Washington Convention Center), 2026; Parigi, Maestri a Parigi (Galerie Thuillier), 2026; New York, Italy calls the World (Fridman Gallery), 2026.
Cavalcando il drago link

Sguardi critici
Sandro Serradifalco
Maestri a Parigi
Galerie Thuillier, Parigi, 2026
Guerra
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In “Guerra” Sergio Pallante utilizza il linguaggio della mathematical art per costruire un’immagine che, pur nella sua astrazione, comunica tensione e conflitto. Le forme frattali, ripetitive e ipnotiche, generano uno spazio visivo che sembra espandersi all’infinito, evocando una dimensione di scontro che non conosce confini né risoluzioni.
Il colore, acceso e contrastato, amplifica la sensazione di instabilità, mentre la struttura matematica sottesa all’opera suggerisce un ordine apparente, continuamente messo in crisi. Pallante traduce il tema della guerra in una visione non narrativa, ma concettuale, il cui il caos emerge proprio dall’eccesso di struttura. L’opera diventa così riflessione sull’ambiguità del progresso e sulla sottile linea che separa razionalità e distruzione, offrendo allo spettatore un’immagine potente e perturbante, più da attraversare che da decifrare.
Musica, immagini e frattali: l’arte di Sergio Pallante a New York
29/05/2026
Intervista pubblicata da I Love Italy – Arte e Cultura in occasione della mostra “Italy Calls the World”, New York.
di Francesca Callipari
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In occasione della Mostra Internazionale “Italy calls the world” che si svolgerà a New York dal 21 giugno presso la Fridman Gallery, abbiamo avuto il piacere di intervistare Sergio Pallante tra gli artisti selezionati per questo evento in videoesposizione.
1. Per iniziare racconta ai nostri lettori quando hai scoperto la tua passione e come hai capito che era per te un vero e proprio bisogno dell’anima?
La musica è stata il primo nucleo del mio percorso artistico. Fin da giovane ho percepito la composizione non come semplice interesse, ma come una necessità interiore, un modo per dare forma a tensioni, domande e percezioni difficili da esprimere altrimenti. Negli anni questa esigenza si è progressivamente estesa anche all’immagine, fino a portarmi verso una ricerca audiovisiva in cui suono e visione convivono come parti di uno stesso processo espressivo.
2. In questa mostra a New York, presenterai la tua opera digitale nel maxischermo della galleria, cosa rappresenta per te questa possibilità e quali emozioni stai provando?
Partecipare a una mostra a New York rappresenta per me soprattutto la possibilità di condividere il mio lavoro in un contesto internazionale e aperto al dialogo tra linguaggi differenti. Sapere che un’opera audiovisiva verrà proiettata su un grande schermo cambia anche la percezione del lavoro stesso: immagine e suono acquistano una dimensione più immersiva e fisica. Provo curiosità, interesse e anche il desiderio di capire come un pubblico diverso reagirà a questo tipo di esperienza.
3. Il titolo dell’evento, “Italy Calls the World”, evoca un ponte culturale necessario. Cosa ti ha spinto ad aderire a questo progetto e quale aspetto di questo progetto senti più vicino alla tua ricerca?
Mi ha colpito l’idea di creare un ponte culturale attraverso linguaggi contemporanei e differenti forme artistiche. Credo che oggi sia importante costruire spazi in cui l’arte possa diventare occasione di confronto e non soltanto esposizione. L’aspetto che sento più vicino alla mia ricerca è proprio questa possibilità di mettere in relazione sensibilità, esperienze e modalità percettive diverse.
4. New York è una città che non si ferma mai. Cosa pensi che il pubblico newyorkese possa trovare di “necessario” o rigenerante nella tua arte?
New York è una città attraversata da velocità, stimoli continui e trasformazioni incessanti. Forse proprio per questo penso che un’opera audiovisiva possa offrire un’esperienza diversa: non un messaggio immediato o chiuso, ma uno spazio di percezione e immersione. Mi interessa creare lavori che non impongano una lettura univoca, ma che permettano allo spettatore di entrare nell’opera secondo la propria sensibilità.
5. La videoarte unisce tempo, spazio, suono e immagine. Quando inizi un nuovo progetto, da quale di questi elementi parti di solito? C’è un ‘gancio’ visivo o concettuale che mette in moto tutto?
Nella maggior parte dei casi il punto di partenza è una combinazione tra immagine e musica. A volte nasce prima una struttura sonora, altre volte un’intuizione visiva o una particolare forma frattale. Più che una narrazione precisa, cerco un nucleo percettivo o emotivo capace di generare trasformazioni.
All’interno delle opere confluiscono anche pensieri, tensioni e riflessioni che possono riguardare aspetti emotivi, politici, sociali, psicologici o spirituali. Alcuni lavori nascono da un senso di angoscia, altri da interrogativi legati alla percezione, al desiderio o alla condizione umana.
Il dialogo continuo tra suono, immagine e questa componente concettuale variabile mi permette di costruire una forma espressiva che sento come totalizzante, in cui i diversi linguaggi non si illustrano a vicenda ma convergono in un’unica esperienza artistica.