Chi sono

La musica mi ha salvato.

Sembra una frase ad effetto. Nel mio caso è semplicemente la verità.

Da adolescente avevo grandi difficoltà a comunicare. Non sapevo che cosa dire, temevo i silenzi nelle conversazioni, avevo il terrore di parlare in pubblico, perfino a scuola. Soltanto durante le interrogazioni riuscivo, in qualche modo, a trovare le parole.

Poi, quasi per caso, iniziai a studiare musica.

Fu una scelta apparentemente infausta. Suonare in pubblico Bach, Mozart, Chopin o Debussy rappresentava un ostacolo enorme: le mani tremavano, il sudore diventava freddo, la paura sembrava paralizzare ogni gesto. Eppure desideravo continuare. Sentivo che quella paura non aveva il diritto di decidere al posto mio. Il bisogno di comunicare attraverso la musica era più forte del desiderio di restare al sicuro.

Non ci fu una vittoria improvvisa. Nessun drago abbattuto con un solo colpo. Fu un cammino lungo, fatto di avanzamenti, ricadute, conquiste e nuove paure.

Accadde però qualcosa di inatteso.

Mentre imparavo lentamente a comunicare con i suoni, diventava sempre più naturale parlare davanti a un pubblico. Presentare una mia composizione prima dell’esecuzione, raccontarne l’origine, dialogare con gli ascoltatori non era più motivo di angoscia, ma di autentico piacere. E, quasi senza accorgermene, le due forme di comunicazione iniziarono a sostenersi reciprocamente: parlare aiutava a suonare; suonare aiutava a parlare.

Alla fine capii che ciò che avevo sempre cercato non era semplicemente esprimermi, ma raggiungere una comunicazione più profonda.

Dopo oltre quarant’anni dedicati alla composizione — con esecuzioni in Europa e Nord America, opere trasmesse da emittenti radiofoniche nazionali, registrazioni discografiche e numerosi progetti multimediali — quel percorso ha trovato un nuovo sviluppo.

Mi sono avvicinato all’arte visiva attraverso strutture generative di origine matematica e ho iniziato a raccontare storie senza parole, nelle quali immagini e musica condividono uno stesso percorso espressivo.

Oggi considero questo lavoro il naturale proseguimento di un cammino iniziato molti anni fa: la ricerca di una forma di comunicazione capace di andare oltre il linguaggio e di parlare direttamente all’esperienza umana.

Continuo semplicemente a cercare quel che la musica mi ha insegnato: una comunicazione che vada oltre le parole.


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Musica, immagini e frattali: l’arte di Sergio Pallante a New York

29/05/2026


Intervista pubblicata da I Love Italy – Arte e Cultura in occasione della mostra “Italy Calls the World”, New York.

di Francesca Callipari

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In occasione della Mostra Internazionale “Italy calls the world” che si svolgerà a New York dal 21 giugno presso la Fridman Gallery, abbiamo avuto il piacere di intervistare Sergio Pallante tra gli artisti selezionati per questo evento in videoesposizione.

1. Per iniziare racconta ai nostri lettori quando hai scoperto la tua passione e come hai capito che era per te un vero e proprio bisogno dell’anima?

La musica è stata il primo nucleo del mio percorso artistico. Fin da giovane ho percepito la composizione non come semplice interesse, ma come una necessità interiore, un modo per dare forma a tensioni, domande e percezioni difficili da esprimere altrimenti. Negli anni questa esigenza si è progressivamente estesa anche all’immagine, fino a portarmi verso una ricerca audiovisiva in cui suono e visione convivono come parti di uno stesso processo espressivo.

2. In questa mostra a New York, presenterai la tua opera digitale nel maxischermo della galleria, cosa rappresenta per te questa possibilità e quali emozioni stai provando?

Partecipare a una mostra a New York rappresenta per me soprattutto la possibilità di condividere il mio lavoro in un contesto internazionale e aperto al dialogo tra linguaggi differenti. Sapere che un’opera audiovisiva verrà proiettata su un grande schermo cambia anche la percezione del lavoro stesso: immagine e suono acquistano una dimensione più immersiva e fisica. Provo curiosità, interesse e anche il desiderio di capire come un pubblico diverso reagirà a questo tipo di esperienza. 


3. Il titolo dell’evento, “Italy Calls the World”, evoca un ponte culturale necessario. Cosa ti ha spinto ad aderire a questo progetto e quale aspetto di questo progetto senti più vicino alla tua ricerca?


Mi ha colpito l’idea di creare un ponte culturale attraverso linguaggi contemporanei e differenti forme artistiche. Credo che oggi sia importante costruire spazi in cui l’arte possa diventare occasione di confronto e non soltanto esposizione. L’aspetto che sento più vicino alla mia ricerca è proprio questa possibilità di mettere in relazione sensibilità, esperienze e modalità percettive diverse. 


4. New York è una città che non si ferma mai. Cosa pensi che il pubblico newyorkese possa trovare di “necessario” o rigenerante nella tua arte?

New York è una città attraversata da velocità, stimoli continui e trasformazioni incessanti. Forse proprio per questo penso che un’opera audiovisiva possa offrire un’esperienza diversa: non un messaggio immediato o chiuso, ma uno spazio di percezione e immersione. Mi interessa creare lavori che non impongano una lettura univoca, ma che permettano allo spettatore di entrare nell’opera secondo la propria sensibilità. 


5. La videoarte unisce tempo, spazio, suono e immagine. Quando inizi un nuovo progetto, da quale di questi elementi parti di solito? C’è un ‘gancio’ visivo o concettuale che mette in moto tutto?

Nella maggior parte dei casi il punto di partenza è una combinazione tra immagine e musica. A volte nasce prima una struttura sonora, altre volte un’intuizione visiva o una particolare forma frattale. Più che una narrazione precisa, cerco un nucleo percettivo o emotivo capace di generare trasformazioni.

All’interno delle opere confluiscono anche pensieri, tensioni e riflessioni che possono riguardare aspetti emotivi, politici, sociali, psicologici o spirituali. Alcuni lavori nascono da un senso di angoscia, altri da interrogativi legati alla percezione, al desiderio o alla condizione umana.

Il dialogo continuo tra suono, immagine e questa componente concettuale variabile mi permette di costruire una forma espressiva che sento come totalizzante, in cui i diversi linguaggi non si illustrano a vicenda ma convergono in un’unica esperienza artistica.